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lunedì 8 novembre 2010

Carta Straccia #18 : L'uomo con la valigia / The Man in the Briefcase



Un uomo era nella sala d'attesa di una squallida stazione periferica. Un uomo d'affari in giacca, cravatta e gemelli d'argento. Lo sguardo assorto in pensieri innominabili. Sulle gambe una ventiquattrore sulla quale batteva con le dita una nenia silenziosa.  Aveva un prurito insopportabile alle mani e una fame vorace. Notò quanto la stazione in cui si trovava fosse squallida e cadente. Lo stomaco era spasmodico, l'ano sigillato in una morsa, la sudorazione copiosa. Ma vide una speranza. Provò a cercare con lo sguardo un bagno. Vide l'insegna e s'incamminò.
Entrò in quello degli uomini. C'era un ragazzo che mingeva di spalle, la sigaretta accesa nella mano destra, i capelli lunghi e biondi. L'uomo estrasse la corda di piano e strangolò il ragazzo dopo averlo trascinato nel bagno con lucchetto. Resistere fu inutile. Non appena l'anima abbandonò il corpo del giovane, l'uomo prese la mannaia dalla fondina, si umettò le labbra e vibrò un colpo deciso sul gomito, tagliando l'avambraccio di netto. Fece scorrere il sangue nel cesso e tirò più volte l'acqua. Mise nella custodia protettiva il tutto e poi inserì l'arto in valigia, leccandosi i baffi con la lingua rubiconda. Ricompose il ragazzo sulla tazza, chiuse la porta e sgattaiolò nell'androne del bagno. Il terzo "Bagno con sorpresa" era pronto per gli sbirri, quei poveri illusi.
Sorrise dentro, le sue viscere ululavano dall'inferno. Presto avrebbe riabbracciato la propria natura di animale, quella più antica, il drago che è in ognuno di noi e mai dorme.
Tornò nella hall. Uscì. Il suo treno era da poco arrivato.
"Non vedo l'ora di arrivare a casa. Svengo dai crampi della fame." si disse.
Il treno ripartì. L'uomo accarezzò morbosamente la sua ventiquattrore, gustando ciò che si sarebbe con calma cucinato nel proprio appartamento e, poco dopo, si assopì sereno.
Qualche chilometro prima, una donna delle pulizie aveva cominciato a urlare di orrore.

* * * * *

A man was in the waiting room of a dingy suburban train station. A businessman in a suit, tie and cufflinks in silver. The look lost in unspeakable thoughts. A briefcase on his legs on which he beat a quiet lullaby with the fingers. He had an unbearable itch in the hands and a ravenous hunger. He noted that the station was shabby and dilapidated. The stomach was spasmodic, anus sealed in a vise, copious sweating. But he saw hope. He Tried to find a bathroom.
He saw the sign and walked.
He went into that of men. There was a guy who pissed smoking a cigarette with the right hand, his hair long and blond. The man pulled the rope up around his throat and choked the boy after having dragged him into the bathroom. Resisting was futile. As soon as the soul left the body of the young man, he took the ax from its holster. He moistened his lips quivered and with a decisive blow on the elbow, he cutted the forearm. He ran the blood in the toilet and pulled the water several times. Then, he put it in a plastic slipcase and then enter the limb in his suitcase, licking his teeth with the red tongue. Recomposed the boy on the toilet, shut the door and slipped into the hall bathroom. The third "Bathroom with surprise" was ready for the cops, those poor fools.
He smiled and his bowels howling from hell. Soon he would re-embraced his animal nature, the oldest one, the dragon that's in everyone and never sleeps.
He returned to the lobby and he went out. His train had just arrived.
"I can't wait to get home. I faint from hunger cramps." he said to himself.
The train started. The man stroked morbidly his briefcase, enjoying what he would calmly cooked in his apartment and moments later he fell asleep peaceful.
A few kilometers before, a cleaning woman began to scream with horror.

Illustrazione: Fabio Di Campli




mercoledì 27 ottobre 2010

Carta Straccia #17 - La busta vuota


Tardo pomeriggio, in una cittadina di periferia di trentacinquemila abitanti. Case basse, negozi a gestione familiare, bimbe agghindate come donne e ragazzi in strada che giocano a pallone. Ian, un sicario prezzolato, aveva in mano una busta che osservava con attenzione, contemplandone compiaciuto le finiture, l’intestazione. Il contenuto, assemblato di suo pugno, aveva uno scopo ben preciso: scoraggiare una ricca famiglia del luogo, il maggiore sponsor della lotta alla criminalità. Genzo, padre e padrone, era un figlio di puttana di mezz’età con il vizio di allenare i bicipiti sui banconi dei peggiori bar della zona industriale e scopare prostitute trentenni su appuntamento. Ma se c'è una cosa che il bastardo non tollerava era che soldi e droga finissero nelle mani di ragazzini che, secondo Genzo, non dovevano avere niente a che fare con il mondo psicolabile che tutti insieme avevano contribuito a creare. “C’è un tempo per crescere e uno per morire”, diceva spesso il capofamiglia, “un tempo per essere innocenti e un tempo per le responsabilità”. Perciò aveva fondato una decina di enti non-profit per tirare fuori i giovani dalla strada. Le vie erano state rese sicure perché Genzo aveva sempre pagato regolarmente vigilantes privati per far sì che tutti tornassero a casa sani e salvi.
Ian stava pensando a Genzo e alla lettera minatoria e al caricatore pieno di proiettili con sopra inciso il suo nome. Ian pensò al suo boss.
Il sicario andò verso la vettura, mise in moto e partì. La residenza di Genzo era vicina, non più di tre chilometri, per sicurezza accostò tre isolati prima.  Sarebbe stato un lavoretto facile. Avviandosi, Ian fece caso alla processione di persone che usciva ed entrava dalla casa del bastardo. L'omone in nero giunse sulla soglia, la missione era quasi compiuta. Notò però un bimbo sconsolato, che piangeva vicino il cancello. Ian s'avvicinò e chiese:”Tutto bene, ragazzo?”. “Il signor Genzo è morto.” “Come?” “Il cuore”, singhiozzò l'altro.
“Non c'è niente di peggio che perdere un nemico”, pensò Ian che, con il cuore asfittico, sparì tra la nera folla per rendere omaggio alla salma.

giovedì 30 settembre 2010

Lux - Carta Straccia #16


Nel buio accecante delle stelle, passeggiavo su una Terra disabitata, scuoiata d'ogni speranza, m'avviai lungo la vena principale della mia città. L'aria gelida di un inverno perenne è il pugno sugli zigomi che mi teneva attivo, adrenalinico. Sono giorni che non dormo. Notti lunghe perforate da lame d'argento s'accavallavano nei miei ricordi, come decantati in una soluzione chimica. Lascio l'arteria principale della città per buttarmi su una strada secondaria che mi avrebbe portato verso un parco. Una giostra roteava stanca mentre le altalene sembravano animate da fantasmi. La mia mente provò a colmare con voci e colori ed esseri viventi quello che una volta doveva essere una città pulsante di vita e di morte. Ci doveva pur essere qualcuno, no? Non potevo essere stato messo lì, creato dal nulla, no? Ma allora qual era la via d'uscita? Morire? Immaginai di morire, ma
non era un sogno, non potevo plasmare nulla a mia piacimento. Ero solo, impotente in una realtà totalitaria. Angosciato, tornai a concentrarmi e a rimuginare. Decisi allora d'avviarmi verso una chiesa, irraggiata all'interno da un morbido bagliore. Camminando, cercai di pensare ad altro, per lasciare il tempo libero di fluire oltre i confini della coscienza. Ero ormai vicino ma la chiesa ora era diventata una casa. Strano, mi dissi. Entrai.
Le luci erano ancora accese. Nel tinello, aprii il frigorifero per versarmi un goccio di birra. Sulla penisola della cucina c'era un libro, lo sfogliai, c'erano delle foto in ordine sparso. Non conoscevo i soggetti anche se mi sembravano... conosciuti. Osservai con attenzione ma non mi dicevano nulla. Alla fine della raccolta c'era scritto:”Papà, ci manchi, guarisci presto!”. D'un tratto la mia mente vide una strada, una macchina l'autosnodato che liscia una precedenza e il sangue l'ambulanza e gli sfinteri che mi inondano i pantaloni e l' impatto dei vetri sulla pelle e Riaprii gli occhi.
Mi svegliai in una stanza dalle pareti bianche, steso. Tre persone sembravano sollevate di vedermi.
Insieme dicono con gli occhi umidi: “Bentornato, papà!”.

Quel Buco - Carta Straccia #15



Apro gli occhi.
Buio.
Buio nel buco di merda nel quale sono piombato.
Gratto, annaspo, tasto tentoni l'oscurità che pervade questo cacatoio. L'odore, l'odore di urina e sangue mi soffoca. Mi sento fradicio fino al midollo osseo. Cos'è questa melma che mi arriva alle ginocchia? Dove sono capitato?
Mi tocco le tasche, in cerca di luminose certezze. Le sento. Tasca posteriore destra. Pacchetto di sigarette e accendino. Mi metto in bocca una bionda per stemperare la tensione. Accendo, il bagliore intorno a me mostra muri nudi e umidi. Un pozzo.
Ora ricordo. Camminavo per le campagne, una passeggiata per rilassarmi dopo cena. Poi ricordo di essere scivolato e poi... eccomi qui.
La fiamma scotta, quasi getto l'accendino in acqua. Resisto. La sigaretta mi tiene vivo, la nicotina mi tiene sveglio. In attesa che l'accendino si raffreddi, con la punta incandescente della bionda faccio due tiri per illuminare il pelo d'acqua. Toh, guarda. Un sasso.
Ehi, aspetta i sassi non galleggiano.
Afferro quella sagoma porosa e vedo me stesso. La mia testa staccata di netto. Sgrano gli occhi, tiro più forte dal filtro, la schiumo. No, il fetore di questo posto sta iniziando a darmi alla testa.
Pensa, rifletti. Come si esce da un pozzo tanto profondo? Si attende il giorno dopo. Ovvio, no?
L'adrenalina della scoperta cessa il suo effetto, inizia il dolore. Un forte dolore alla caviglia sinistra e al braccio sinistro. Ero caduto. Il fango deve aver attutito l'urto, m’ha salvato, ma ora sento tutti gli acciacchi.
Merda. Come si esce di qui?
Forse, aspetta. Forse posso misurare con le braccia il diametro del pozzo. Sì, è un cerchio, sì le mie braccia ci stanno strette. Ottimo, posso iniziare a risalire. Prego il cervello di rilasciare altro neurostimolante e altro anestetico nel mio organismo. Salgo, infilo i miei arti nelle crepe tra i mattoni, come un quadrumane. Ecco, inizio a sentire l'aria più pulita. Ecco, inizio a vedere il bagliore delle stelle. Appena poggio le mani lorde sul bordo di pietra perdo la presa, perdo le mani, tagliate da nere mannaie, facendomi morire piombando nel buio dell'eternità.

lunedì 5 aprile 2010

Carta Straccia #11 - Innocenza

Norman entrò nella stanza umida e lercia, con una lampada ad olio. L'aria era pesante, gravida di curiosità e attesa al limite dello spasimo. L'ambiente era quello di una cantina dismessa, polverosa e piena di scatoloni dalla provenienza non identificata coperti da teli bianchi macchiati dal tempo.
Un uomo seduto all'altro lato della stanza, immobile, lo guardava fisso dalle tenebre che lo avvolgevano. Il ragazzo poggiò la lampada ed estrasse dalla tasca un coltellino per incidere su uno dei mattoni del muro il proprio nome a lettere cubitali accanto ad un'altra dozzina di nomi di altri suoi amici.




"Perché tutto questo. Norman?" sospirò l'uomo spazientito. 




"Lo sai, il perché. Io sono l'ultimo. Andrà tutto bene..." rispose il ragazzo che, preso da quella domanda, si avvicinò verso l'ospite, illuminandone il viso macchiato di sangue: la guancia sinistra presentava un solco profondo vecchio di qualche giorno che disegnava un sorriso sbilenco e grottesco sul soggetto. Era legato ad un sedia, le mani immobilizzate sui braccioli, il dorso della mano destra trafitto da una lama. L'uomo prese fiato e rantolò: "Ma, bontà divina, questo ti farà finire all'inferno! Non t'importa delle conseguenze?". Poi tossì per sputare sangue. 




"L'inferno? L'inferno siete voi, Padre Simon! - urlò conficcando il proprio coltellino nella mano ancora buona scatenando un esplosione di dolore -L'inferno erano quegli interminabili incontri serali per la prima comunione pieni di carezze e attenzioni!" strepitò ancora Norman indicandosi il cuore, pulsante di rabbia vendicativa. 




"Vi ho tenuti lontani dalla strada, ho dato a tutti voi un'educazione degna di questo nome!" replicò il prete urlando la propria sofferenza. 




"Ma a quale prezzo? Io mi fidavo di voi!" esclamò l'altro singhiozzando mentre avvicinava la fredda lama alle lacrime dell'altro. Poi si allontanò nelle tenebre piagendo. 




"Io mi fidavo di voi..." continuava a sussurrare nel buio Norman. 




"Norman... ti prego. Questo non è il modo giusto per affrontare la situazione..." disse Padre Simon che, mentre sentiva un fiotto di sangue caldo spandersi copioso sull'abito talare, rantolò in un gorgoglio: "P-p-perdonate-e-e-mi..."



Maximiliano Sanvitale per Carta Straccia
Aprile 2010

venerdì 17 luglio 2009

Camera Oscura - Episodio I


Un rumore convulso di tasti digitati si spandeva prepotentemente in una stanza buia, la sola luce del monitor s'irradiava per conferire una forma vaga a reale. Le mani piccole e tozze di un uomo si muovevano sicure lungo la tastiera “QWERTY” mentre il suo respiro affaticato, unito al ronzare del computer, accompagnava il silenzio sepolcrale dell'ambiente. Nel mentre, di poco a lato, una stampante vomitava fogli sporchi d'inchiostro sbiadito.
Il suo nome era
Richard, un ispano-americano sulla quarantina. Una persona schiva, alienata e con una particolare passione morbosa: la fotografia.
D'un tratto distolse la sguardo stanco dal monitor per alzarsi dalla sedia. Non sentiva più le gambe perciò decise di farsi una camminata per casa: aveva passato troppe ore davanti al personal computer. Attivò l'interruttore della camera e alzò la tapparella della finestra per fare entrare un po' di luce. Deludente, pensò, come al solito ho perso la cognizione del tempo e anche oggi non sono riuscito a beccare la luce del giorno che mi serve...
L'ambiente, illuminato a tratti da una luce azzurrina data un neon mal funzionante, mostrò i segni del classico scapolo emarginato e, chiaramente, solo: c'erano panni sporchi per terra e in disordine, il letto sfatto con lenzuola dall'odore indescrivibile, la scrivania con sopra il computer piena di oggetti incoerenti come ottiche fotografiche, lenti, matite, penne fogli, preservativi. Ma lo spettacolo più agghiacciante era dato dai pannelli di legno truciolato appesi sui muri, ricolmi di foto in cui erano impressi i momenti, le gioie e i dolori di un singolo essere umano: una donna bellissima dai capelli rossi, dagli occhi verde abete e la carnagione vagamente olivastra. La sconosciuta, dal corpo magro e agile, con varie comparse al fianco dovute dalle differenti occasioni, era la protagonista di ogni scatto.
Cena a base di sushi a Chicago Downtown.
Click.
Serata anni '80 al pub tra Ontario e LaSalle.
Click.
Cena da amici in zona Lincoln Park.
Click.
Cambio di biancheria intima a casa.
Click.
Di lato una porticina emanava un bagliore rosso, una camera oscura per pensieri oscuri. Sbadigliò sfregandosi gli occhi intorpiditi per poi frugarsi nelle tasche e trovare un accendino. Subito dopo, si portò alle labbra una sigaretta alla marijuana, importata illegalmente dall'India. Poi, meditando sul prossimo obiettivo, andò in bagno per darsi una rinfrescata e svuotarsi di un grande peso sullo stomaco.
Seduto sul cesso, aspirava con forza la sigaretta e pensava Devo trovare un modo per conoscerla. Ci deve essere un punto di contatto minimo per stare con lei, per guardarla senza dare l'impressione di... essermi fissato maniacalmente... Io... io non sono pazzo. La testa iniziava a pulsare, il cuore pompava nel sangue tutta la sporcizia contenuta nella sigaretta drogata, gli occhi si inumidirono e il bagno iniziò a danzargli intorno. Non credo ci sia stata messa semplice marijuana qui dentro, pensò durante il primo colpo di tosse e, prima di svenire, esclamò con voce fioca: «Merda...»
Un insistente bussare alla porta riportò Richard nel mondo vero, fatto di carne, sangue, sudore ed escrementi. Scosse la testa e si tirò qualche schiaffo sulle guance per riprendersi mentre sentiva ancora nel corpo quella sensazione di vuoto disorientante dovuta alla sigaretta. Si guardò intorno e notò che s'era addormentato sulla tazza, mentre una voce attutita chiedeva dall'esterno se ci fosse qualcuno in casa. Si sciacquò il viso e corse velocemente a mettersi qualcosa addosso per poi scendere giù e vedere chi è che gli stava rompendo le palle. Dalla luce che entrava dalla finestra lasciata aperta in camera, comprese che era giorno, ma non riuscì a dedurre che ora fosse.
La porta continuava a incassare i colpi della persona che lo aveva svegliato e la voce continuava a chiamarlo insistentemente. Lui rispose con un impastatissimo: «Sto arrivandooo!!»
«C'è nessuno?» chiese ancora la voce, ormai stanca di ripetersi.
«Un momento!» rispose Richard che velocemente e senza guardare chi fosse alla porta, aprì rimanendo folgorato: era la donna di cui era ossessionato.
«Salve» disse lei con un lieve imbarazzo «Mi chiamo Kathrine Jones, sono la sua vicina di casa. Per mesi ho visto le tapparelle chiuse e pensavamo che ci vivesse un fantasma. Ma stamane affacciandomi non ho potuto fare a meno di notare che una finestra era spalancata e così ho pensato: “Perché non conoscere il nuovo vicino?”».
Lui rimase senza fiato. Gli obiettivi che usa per “lavoro” non riuscirebbero mai a rendere giustizia a una delle donne più affascinanti del creato. Provò a dire qualcosa ma iniziò a tossire a causa della saliva andata di traverso e di quello che aveva fumato.
«Ehi, tutto bene?» intervenne lei.
Lo sguardo di Richard era perso, il viso stava arrossendo e le tosse era sempre più violenta, asfissiante. Kathrine provò ad assestargli qualche buono schiaffo sulla schiena, per farlo deglutire. E, poco dopo, il rossore scomparve e l'uomo assunse una respirazione e una postura normali.
«Ciao» disse chiosando con un colpettino di tosse e catarro «devo ammettere che non esco molto di casa durante in pieno giorno e, per motivi lavorativi, devo prediligere le albe e i tramonti... E l'altra metà del mio lavoro si svolge qui... Diciamo che non ho molte occasioni per avere interazioni sociali efficienti.»
La donna sgranò gli occhi, poi provò a dire qualcosa ma si fermò.
Richard proseguì: «Comunque mi chiamo Richard, Richard Dunsome, piacere» disse porgendo la mano.
«Il piacere è mio» rispose lei contraccambiando il gesto.
Mentre lui le stringeva la mano, si sentiva combattuto tra la voglia di sapere se tutta quella situazione imbarazzante fosse reale e la paura che si ha quando si tocca la persona più sacra dell'universo. Non sapendo come esprimere al meglio il gesto, infine scelse una via di mezzo, partorendo una stretta di mano grigia e anonima. Ciò nonostante lei non se ne ebbe a male, cosa che destò curiosità in lui.
«Le andrebbe di venire da me per un thé?»
A quella domanda lui si sentì disarmato e privo di ogni capacità di resistere alché rispose con timido cenno d'assenso.
«Facciamo tra mezz'ora?» incalzò lei.
«Beh...» farfugliò Richard.
«Non si faccia pregare, guardi che il tempo scorre per tutti...»
Il tempo scorre per tutti, pensò, ma chi altri aveva usato una simile espressione con me? Mmm... Maledetta marijuana...
«Ok, andata! A tra poco... un secondo, ma lei dove abita?»
«Due case dopo la sua.»
«Allora va bene, Miss Jones...» disse indietreggiando verso casa e appoggiandosi allo stipite della porta.
«Mi chiami Kathrine» lo interruppe lei.
«Ok, Kathrine, il tempo di mettermi in sesto e sarò da lei, va bene?» disse lui chiudendo la porta velocemente.
Poi rimase immobile scrutando attraverso lo spioncino. Il viso deformato e sorridente di lei stava sicuramente pensando a cosa fare durante l'attesa. Lui si voltò di scatto e percorse le scale, dirigendosi verso il bagno per andarsi a svegliare.
Non aveva ancora realizzato che quello che era appena accaduto era vero quanto le parole scritte sin qui.
[CONTINUA...]